Viaggiare nel cambiamento

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Vagabonderei per il mondo. Mi fermerei a chiacchierare con la gente. Scriverei le storie belle delle persone che incontro.

Ecco come ho risposto alla domanda: cosa faresti se all’improvviso diventassi ricchissim*? Fra un cappuccino e la lettura del quotidiano per un attimo ho pensato a questa possibilità. Sorrido. È esattamente quello che provo a fare ogni giorno. Esploro il mondo intorno a me, trovo tempo per ascoltare e fare quattro chiacchiere, scrivo per mestiere e metto nel cassetto del cuore le storie di cui le persone mi fanno dono. Come tante persone, anche da ricchissima continuerei a vivere la mia vita come la vivo oggi, con gli stessi sogni e lo stesso approccio verso il mondo. Forse la differenza è che probabilmente vivremmo ciò che desideriamo con l’assoluta leggerezza che viene dall’assenza di preoccupazioni per la sopravvivenza. Sì, la sopravvivenza ci fotte. È un pensiero costante, è il peso dell’oggi sul domani, la necessità che la vita sul pianeta Terra impone a ogni essere umano.

Martín Caparrós, scrittore e giornalista argentino scrive: «Conosciamo la fame, siamo abituati alla fame: abbiamo fame due, tre volte al giorno. Nelle nostre vite non esiste niente che sia più frequente, più costante, più presente della fame – e, al tempo stesso, per la maggior parte di noi, niente che sia più lontano dalla fame vera». Il suo libro inchiesta La Fame, El Hambre, in fondo nasce molto in là nel tempo, dallo sguardo attonito del bambino Martín verso il mondo: è allora che deciderà di intraprendere un viaggio lungo anni, attraverso i Paesi sconvolti dalle carestie, quello che il gergo dei burocrati ha chiamato food insecurity. Al punto di partenza, pagina 1 , leggo: «Credo che questo viaggio sia cominciato qui, in un paese molto vicino a qui, nel profondo del Niger, qualche anno fa, seduto con Aisha su una stuoia di fronte alla porta della sua capanna, sudore di mezzogiorno, terra secca, ombra di un albero rado, urla di bambini che corrono tutto attorno, quando lei mi raccontava della palla fatta con la farina di miglio che mangiava tutti i giorni della sua vita e io le domandai se mangiava davvero quella palla di miglio tutti i giorni della sua vita e ci fu uno shock culturale:
– Be’, tutti i giorni che posso.
Mi disse così e abbassò gli occhi con vergogna e io mi sentii un verme, e continuammo a parlare del suo cibo e della mancanza di quel suo cibo e io, povero sprovveduto, mi confrontavo per la prima volta con l’espressione più estrema della fame e dopo un paio d’ore piene di sorprese le domandai – per la prima volta, la domanda che in seguito avrei fatto così tanto – se avesse potuto chiedere quello che voleva, qualunque cosa, a un mago capace di dargliela, che cosa gli avrebbe chiesto. Aisha esitò per un po’, come chi si confronta con qualcosa di inconcepibile. Aisha aveva trenta o trentacinque anni, il naso da rapace, gli occhi di tristezza, la stoffa lilla a coprire tutto il resto.
– Voglio una vacca che mi dia molto latte, così se vendo un po’ di latte posso comprare quello che serve per fare le frittelle da vendere al mercato e così più o meno me la caverei.
– Intendevo che il mago può darti qualunque cosa, tutto quello che gli chiedi.
– Qualunque cosa davvero?
– Sì, tutto quello che gli chiedi.
– Due vacche?
Mi disse in un sussurro, e mi spiegò:
– Con due sì che non avrei fame mai più.
Era così poco, pensai come prima cosa.
Ed era tanto.
Conosciamo la fame, siamo abituati alla fame: abbiamo fame due, tre volte al giorno. Ma tra la fame ripetuta, quotidiana, saziata ripetutamente e quotidianamente che viviamo noi, e la fame disperante di chi non può soddisfarla, c’è tutto un mondo. La fame è, da sempre, motore di cambiamenti sociali, progressi tecnici, rivoluzioni, controrivoluzioni. Nulla ha influito di più sulla storia dell’umanità» (Martín Caparrós, 2015. La fame. Torino, Einaudi, p.4).

La fame azzera la capacità di sognare. Ma la fame nel mondo occidentale è una questione complessa e lo stesso vale per la sopravvivenza. Nelle notti preistoriche il bisogno era il ruggito interno che portava i primi uomini a raccogliere i frutti del mondo, esplorare lo spazio, e poi cacciare, guardare l’altro come preda, andare per il mondo: secondo gli studi sono iniziate così le prime grandi migrazioni. Per la fame, grazie all’immaginazione, gli esseri umani, nomadi per nascita, hanno attraversato distanze incredibili colmando l’abisso dell’ignoto con l’appetito vorace della curiosità che vuole conoscere di più, crescere, evolvere. Abbiamo iniziato a esplorare il pianeta spostando i confini di ciò che era noto, addentrandoci nella paura dello sconosciuto e non abbiamo mai smesso. «Non è la specie più forte a sopravvivere, né la più intelligente, ma quella più pronta al cambiamento» ci insegna Charles Darwin.

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La parola cambiare, dal greco kàmbein, indica l’azione di curvare. Cambio direzione, giro lo sguardo, mi sposto, fisicamente e mentalmente. Cambiare significa esercitare la propria flessibilità e rimanere aperti alle possibilità della vita. Perché quando mi trasformo, trans-formo, vado oltre la mia forma: è il battito d’ali della farfalla che mutando il suo aspetto esteriore si trasforma da terrestre bruco in entità aerea. La trasformazione è il cuore di un’evoluzione che batte da dentro, il cambiamento spesso precipita sulla testa senza preavviso, ti capita tra capo e collo, e tu non puoi farci nulla, non puoi sottrarti senza fare un salto fuori dalla vita. Allora succede che o stai fermo, e ti congeli, oppure ti muovi. Le cose non vanno e tu sei costretto a cambiare direzione. Come un pesce cerchi nuove direzioni, annaspi controcorrente o ti lasci andare al flusso. Inizi a nuotare. Scopri che sai stai a galla.

Come si trasforma uno svantaggio in un vantaggio? Ti autoboicotti, indica con il dito quello che ne sa di più. Stai resistendo, dice il maestro. Avverto un ostacolo, medita il cartomante. Scuote la testa chi pensa di avere il consiglio giusto: dovresti fare questo o quest’altro, essere di più o di meno a seconda dei casi. Più flessibile, più aperto, più più più. E intanto siamo quello che siamo, questa è l’unica cosa che sappiamo. Vogliamo di più e questo chiaro
altrimenti non saremmo dove siamo, a cercare risposte, ad arrabattarci e cadere, rialzarci e provare a guardare un po’ più in là.
Il problema è capire come fare. E fidarci abbastanza per farlo accadere.
Ovunque cerchiamo una ricetta istantanea che ci insegni a cucinare in modo nuovo il sapore amaro del quotidiano e troviamo offerte varie. La verità è che ognuno sa soltanto della propria vita e spesso già capirci qualcosa della propria è molto. Non sappiamo quasi nulla di come vivono il quotidiano gli altri e persino delle persone che amiamo di più possiamo solo immaginare un frammento della giornata, come si dipano le ore, che cosa si nasconde nella mente e nel cuore.
La ricetta della mia vita è qualcosa che solo io posso impastare e scrivere. Trovare gli aromi, aggiustare il sale, dosare le spezie, osare un gusto nuovo, piangere davanti alle cipolle: nessuno può dirti che cos’è buono per te. Perché ognuno di noi ha sogni, necessità, amarezze e traguardi diversi… per fortuna! Forse abbiamo semplicemente bisogno di imparare, e insegnare ai bambini di domani, a essere consapevoli che la via giusta non c’è. Esiste la curiosità: una fame che ci conduce ovunque, là verso orizzonti che non sapevamo di poter immaginare.

Oggi mi hanno raccontato una storia. Simone fa la prima elementare e insieme a una squadra di altri bambini come lui per la prima volta nella vita si esercita nella scrittura di lettere e numeri su quaderni immacolati. I quaderni di scuola hanno sempre un che di mistico, soprattutto alle scuole elementari, quando si lasciano le prime impronte sulla pagina bianca dopo infinita meditazione, sul quaderno con la copertina in plastica colorata e l’intestazione scritta in bella calligrafia. Ecco, c’è una maestra che questi quaderni li strappa: per mestiere ha l’abitudine di scovare gli errori ed ecco che quando ne becca uno all’improvviso la pagina vola via. È giusto strappare via le pagine di quaderno con gli errori? A parte il risvolto ecologico, c’è un messaggio sulla vita nascosto sotto. Sì, perché nella vita non c’è un quaderno nuovo: facciamo con quello che abbiamo ed è bene averne cura. Nella vita gli errori rimangono, si tira una riga e si va oltre, più avanti. Sempre, avanti. A furia di strappare, il quaderno sembra nuovo, ma è ormai sottile: illudersi che sia ancora integro solo perché bianco è una bugia.
No, voglio guardare sorridendo i quaderni pieni di disegni, scritture talvolta belle e qualche volta stanche, errori, greche colorate e qualche macchia d’inchiostro.
Nella vita si fanno errori e si continua a scrivere, il quaderno è quello che è. Vogliamo davvero insegnare a un bambino di sei anni ad aver paura di sbagliare? Celebriamo l’imperfezione dei nostri errori imparando a trarne ispirazione e cambiare schema, trovare nuove prospettive, rinnovare la mente ogni giorno. Perché è nella difficoltà e nei fallimenti che scopriamo nuove strade con cui immaginare il nostro viaggio nell’esistenza.

Try again. Fail again. Fail better (Samuel Beckett)
Provaci ancora. Sbaglia ancora. Sbaglia meglio.